I VISIONARI DELLA SCUOLA

L’evento I visionari della scuola, organizzato dal Dipartimento regionale alle Politiche di Sviluppo in collaborazione con l’Ufficio scolastico regionale, in linea con le azioni di consultazione nazionale “La buona scuola” avviata dal governo Renzi, si è tenuto a Potenza il 6 novembre 2014 a Palazzo Loffredo e il 7 nel Teatro Stabile, anche con la partecipazione di alunni ed insegnanti di diverse scuole. La nostra presenza, in veste di tutor della cooperativa APPSTART, ci ha permesso di partecipare al dibattito sui grandi temi della scuola che cambia, esprimendo anche le nostre proposte.

AppStart_Dianora-Bardi

 

 

Queste le tematiche centrali di cui si è trattato:

 

Gli spazi dell’educazione” su edilizia scolastica, scuola e territorio;

Orienta-menti”, con un’analisi del rapporto scuola-lavoro;

Studiare meglio, studiare tutti”, che ha analizzato il percorso formativo dalla prima infanzia alla scuola di base;

La scuola nell’era digitale”, che ha analizzato il tema della scuola al passo con i tempi;

La scuola digitale e i DSA”, l’utilizzo delle TIC è la trasformazione per una didattica flessibile e innovativa;

Educare al mondo che cambia”, un tema che guarda alla scuola nella prospettiva del multiculturalismo e del multilinguismo.

 

Nei giorni precedenti abbiamo partecipato alla discussione online, intervenendo sul tema della scuola digitale, nella prima giornata di studio abbiamo scelto di far parte del gruppo di lavoro su “La scuola digitale”, tema che ci sta particolarmente a cuore, per la vocazione digitale del nostro doposcuola.

 

La prima giornata di lavoro è stata particolarmente interessante, per le considerazioni che sono venute fuori sulla necessità di utilizzare un linguaggio nuovo nella scuola, lo stesso che utilizzano i ragazzi, per avvicinarci maggiormente a loro e per costruire una didattica per competenze. Il tavolo di lavoro è stato diretto da Dianora Bardi, vicepresidente di ImparaDigitale. Ferma sostenitrice di una didattica attraverso le TIC, la professoressa Bardi applica questo metodo già nella sua scuola, il liceo scientifico Lussana di Bergamo, perché i ragazzi, all’interno di una classe “scomposta”, possano personalizzare l’apprendimento, “mettendo insieme l’analisi logica e Youtube, perché imparino a dimenticare le nozioni. E a usare davvero la testa”. Gli alunni della professoressa Bardi imparano e non si annoiano!

 

La seconda giornata di lavoro è stata anche la conclusiva. Sono stati esposti i lavori prodotti e noi abbiamo avuto modo di confrontarci e di presentarci, di far conoscere alle scuole il lavoro con i ragazzi nel nostro doposcuola digitale.

 

 

I NOSTRI INTERVENTI ON-LINE SUL TEMA DE “La scuola digitale” 😉

 

FRANCA

Se, come dice Tullio De Mauro “La scuola non si cambia solo con leggi e decreti….”, da architetto mi sono spesso chiesta: la scuola cambia, cambiando il suo spazio architettonico?

Giancarlo De Carlo diceva che l’architettura deve diventare parte integrante del processo culturale di una comunità, “utopia realistica”, costruttrice di un’idea di comunità. Allora deve anche interpretare i cambiamenti nella scuola, direi che li debba accompagnare.

Quando è stato chiesto com’è lo spazio architettonico delle scuole finlandesi a chi le ha studiate come esempio di una riforma che ha portato un sistema scolastico in crisi ad un esempio di successo e di reale cambiamento dal basso per un progetto futuro della società, esse sono state descritte con spazi flessibili, aperti, direi “spazi liberati”…. E tutto questo rispecchia la concezione diversa della didattica, in cui il ruolo dell’insegnante è quello di primus inter pares, che si siede con i ragazzi a fare ricerca, che accompagna i ragazzi nelle attività laboratoriali di ogni genere. E’ uno spazio, cioè, disegnato per una didattica di “rete”, e visivamente dà l’idea della rete, in cui i punti sono le aule-laboratorio collegati da spazi connettivi. Lo spostamento avviene liberamente, i ragazzi si muovono con flessibilità.

Non mi sembra che in Italia si siano verificati cambiamenti (a parte la presenza di LIM nelle classi, che in molti casi hanno solo sostituito le vecchie lavagne in ardesia): gli spazi mi sembra siano quelli di sempre, per lo più chiusi, incentrati soprattutto sulle aule, quelle, per intenderci, della lezione frontale e dell’interrogazione… spesso i laboratori restano inutilizzati, le palestre impiegate “solo” per lo svago.

Così ritorno con la memoria alla mia tesi di laurea, alla mia utopia di scuola ideale, a quegli anni in cui non c’era ancora internet, eppure prevedevo una scuola di spazi aperti, flessibili, che si affacciavano tutti sul grande atrio-piazza. La scuola era collegata con una passeggiata pedonale alla città, a rimarcare che l’istituzione per sopravvivere non deve mai interrompere il suo scambio simbolico con l’ambiente e la vita che l’ha prodotta. Oggi la rete costituisce dunque, insieme a tutte le altre cose che sono state dette, l’opportunità di riattivare quello spazio simbolico all’interno del quale diventa davvero significativo il suo ruolo di istituzione dedicata alla formazione dei nostri ragazzi

 

MARISA

LA “VIA ITALIANA” AL DIGITALE NELLE SCUOLE

“Non è passato un secolo dai miei tempi, ma molti secoli. La tecnologia di oggi era impensabile cinquanta-sessant’anni fa. Ma la tecnica da sola non basta, serve una visione più ampia.” – (Rita Levi-Montalcini)

Ciò che apprezzo più di tutto nelle idee della Bardi è l’indicazione di “una via italiana” all’entrata del digitale nella scuola. Penso che questo superi in qualche maniera la resistenza (in qualche caso solo strumentale) di quanti temono che l’uso del digitale a volte possa inficiare l’apprendimento e possa far dimenticare la cultura classica, baluardo del nostro antico sapere.

Basti pensare alla divaricazione, ormai radicata, venutasi a creare tra cultura scientifica e cultura umanistica, con la visione dello scienziato con il futuro nel sangue e gli umanisti con gli occhi rivolti al passato (un anacronistico equivoco, come lo definisce Odifreddi), o al molto discusso articolo che una grande mente, come Umberto Eco, ha pubblicato anche provocatoriamente qualche mese fa su L’Espresso (Caro nipote, impara a memoria “La vispa Teresa”….), sottolineando la “crisi della memoria collettiva” per i nativi digitali, laddove, come dice Eco “la memoria collettiva entra in crisi perché entra in crisi anche il gusto della memoria individuale”. ….

Ebbene, l’uso del digitale per entrare all’interno di una biblioteca, per visitare un museo o, comunque, per avvicinare con uno dispositivo ormai più “familiare” al ragazzo e che spesso diventa un vero e proprio strumento compensativo per alcune difficoltà, può diventare a parer mio il “congegno” (inteso come invenzione della mente umana) più utile per avvicinarci al sapere.

Tracciare una via italiana al digitale, significa ascoltare la Divina Commedia su mp3, recuperandone la sonorità e la dimensione orale ormai perduta, oppure studiarla facendo costruire ai ragazzi una mappatura dei luoghi e dei personaggi, facendo realizzare a loro prodotti audio video, mantenendo intatta tutta la portata di valori e di conoscenze che essa rappresenta, anzi riattualizzandola, vivendola. Tracciare una via italiana al digitale significa recuperare l’amore e la passione per la ricerca, tirandola fuori dalle polverose accademie e portandola nel mondo, questo presuppone un intervento sulle competenze digitali, come competenze trasversali indispensabili, insieme al problem solving, alla costruzione e creazione di sapere.

Ma l’istituzione della scuola è pronta a tutto questo?

 

ANNALISA

La scuola, in quanto luogo di formazione alla vita futura del ragazzo, non può non tener conto della rivoluzione che il digitale ha portato nell’economia globale, creando opportunità economiche e modelli di impresa assolutamente inediti. Si parla di commons collaborativo (compartecipazione), che porterà a democratizzare l’economia globale, in una società ecologicamente sostenibile (Rifkin).

Sono ormai in atto una serie di mutamenti nella relazione tra le persone, che portano velocemente al superamento della economia tradizionale (basti pensare a internet, ai fablab, alla stampa 3d ecc.) e un luogo di formazione dovrà necessariamente stare al passo coi tempi se non vuole formare alieni, persone, cioè, lontane da una visione moderna della vita produttiva e sociale in genere.

Bisognerà articolare un modello razionalmente creativo per il funzionamento di un’economia del sapere, con la consapevolezza che il proliferare di spazi di co-working, l’emergere di una nuova economia peer-to-peer, il successo delle piattaforme di sharing creano maggior valore sfruttando risorse in comune, come saperi, competenze, capacità comunicative ecc.

Il digitale nella scuola, dunque, contribuisce alla presa di consapevolezza da parte dei giovani di come il sapere possa essere trasmesso all’interno di una rete, di cui ognuno è nodo mantenendo il proprio valore di unicità, contribuendo anche a trovare soluzioni al problema complesso dell’inclusione.

Come strumento trasversale a supporto dell’apprendimento, il digitale permette anche alle diversità di avere un ruolo centrale nella costruzione di soluzioni, di fronte alle quali, come sostengono gli economisti Lu Hong e Scott Page, i gruppi che funzionano meglio non sono quelli composti dalle persone di qualità migliore, ma quelli composti dalle persone più diverse (Diversity trumps ability)

Il web e la sua possibilità di condivisione del sapere (quasi un outsourcing, se vogliamo usare ancora termini specifici della nuova economia) rappresenta un’ ulteriore opportunità per la scuola di far parte di una comunità: diventerà la scuola, dunque, una sorta di “open enterprise”, di un’impresa, cioè, che mette a disposizione il suo sapere per gli altri, usufruendo nello stesso momento della conoscenza di altri, in una sorta di crowding del sapere.

 

MARIATERESA

E’ necessario portare il digitale nelle scuole ed è necessario rendere i ragazzi assolutamente protagonisti del proprio processo di apprendimento. Da dove si può iniziare? Dal chiedergli quale futuro desiderano costruire e come possono imparare a farlo. Il metodo e le strategie, dunque, diventano centrali. Da insegnante mancata di filosofia, mi interrogo come declinare per competenze tutti i metodi attraverso i quali l’uomo, da un secolo all’altro, ha interrogato il mistero del mondo: dalla maieutica al sillogismo, dalla dialettica alla fenomenologia, solo per citarne qualcuno. Ma mi viene in mente anche il Lean Canvas, che è si certo uno strumento per il business plan, ma non insegna forse a individuare i bisogni e a proporre le soluzioni?

Come in una sorta di infinito barocco delle strategie e dei metodi, al quale si aggiungono gli infiniti contenuti che la rete ha reso accessibili, è necessario inventarsi degli stili e verificarne l’efficacia. Il digitale da solo non basta, ci vogliono degli insegnanti navigatori o palombari. Per cui cambiare la scuola significa cambiare i corsi abilitanti, che diventino davvero un laboratorio di professionisti e non un incubo, come è adesso per tutti quelli che li frequentano solo perché passaggio obbligatorio verso la graduatoria!

Cambiare significa aprire le porte della scuola alla vita della città; significa allenare i ragazzi a individuare i bisogni e a trovare soluzioni, non solo come in un problema di geometria, ma riportando Euclide alla sua casa natia, cioè osservando il mondo non dimenticando che è un mondo per noi.

La proposta potrebbe essere, non lasciarsi cadere dall’alto le competenze (se non erro l’Europa ne indica 7 come “chiave”), ma costruiamole insieme, utilizzando proprio le potenzialità della rete

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